Donne che fanno impresa: perché serve ancora specificare “donne”? | H-FARM
È quasi il 2026 e spesso sentiamo ancora il bisogno di specificare “donna” quando parliamo di imprenditori: ecco i punti di vista di 3 founder del nostro ecosistema.
Imprese “al femminile”? Chiamiamole semplicemente impreseSe una donna fonda una startup, oggi sentiamo ancora il bisogno di specificarlo. Negli ultimi dieci anni le opportunità sono aumentate, ma per le donne la strada è ancora in salita rispetto agli uomini: più ostacoli, aspettative diverse, etichette che fanno fatica a sparire.I numeri raccontano solo una parte della storia. Il resto vive nelle esperienze, nelle frustrazioni e nell’orgoglio delle imprenditrici. Abbiamo chiesto a 3 founder del nostro ecosistema di condividere le loro prospettive.
Elena Pasquali – CEO e co-fondatrice di Ecosteer
Elena è co-fondatrice e CEO di EcoSteer, una startup IoT e blockchain che trasforma i dati industriali e dei consumatori in flussi sicuri e condivisibili. Nel 2017 EcoSteer ha partecipato al nostro Industry 4.0 Accelerator in partnership con Cisco. Come donne, ci hanno insegnato fin da piccole che occupiamo un posto ben preciso nel mondo, decorato con cose “carine” come cura, empatia e bellezza. È quello lo spazio in cui dovremmo restare, anche quando fondiamo un’azienda.«Lo dico per il suo bene: dovrebbe lasciare che sia un uomo a presentare la sua tecnologia». Questa è solo una delle perle di saggezza che mi sono state gentilmente offerte negli anni. Per fortuna non è sempre così, ma essere donna ha sicuramente reso tutto più difficile.Eppure continuo a fare impresa. Non perché sia facile o glamour – è soprattutto fogli Excel e investitori testardi – ma perché vale la pena lottare per le mie idee. E se questo significa entrare a gamba tesa in qualche circolo per soli uomini con una presentazione e un sorriso, benissimo così!
Valentina Lidoni – CEO e co-fondatrice di Rilemo
Valentina è co-fondatrice e CEO di Rilemo, un dispositivo medico portatile basato sull’AI che diagnostica in tempo reale l’accumulo di fluidi nel corpo. Rilemo ha partecipato ad una delle nostre competizioni per startup Storming Pizza. Per me, essere una founder donna è prima di tutto un motivo di orgoglio e gioia. Lavorando in un settore deep tech ancora in gran parte maschile, considero un grande valore l’aver costruito un team in cui la diversità di genere è vista come una forza, non come un “buco” da riempire.Personalmente non mi sono sentita sminuita o esclusa per il fatto di essere donna e credo che lo squilibrio dipenda meno da barriere dirette e più dalla scarsità di role model. Per questo sento sia la responsabilità sia il desiderio di condividere la mia storia, per mostrare ad altre giovani donne che, se lo vogliono, possono diventare imprenditrici anche loro.
Claudia Guidi – CEO di Nuhpro
Claudia è founder e CEO di NuHpro, che sviluppa soluzioni alimentari e integratori per lo sport, i più giovani e le persone che hanno intolleranze e patologie. NuHpro ha partecipato a una delle nostre competizioni per startup Storming Pizza. Il fatto che questa etichetta esista ancora significa che la distinzione è ancora reale. Ho una startup nel food e ne sto aprendo una nel tech, nella maggior parte dei casi mi prendono sul serio solo dopo che ho presentato. Penso troppo a come mi vesto, perché la prima impressione per una donna sembra contare ancora tutto.Essere una founder donna oggi vuol dire ancora dover dimostrare “qualcosa in più”. Si parla tanto, ci sono conferenze, numeri scintillanti – ma pochissimi che davvero si espongono per le donne che fanno impresa. Quindi sì, a volte impari a metterti una maschera. Io sono orgogliosa di chi sono sotto quella maschera e aspetto il giorno in cui potrò toglierla del tutto.